Credo di essere uscita da uno dei periodi più neri della mia vita, e di aver ritrovato (almeno un pò) la strada.
A volte basta capire che bisogna fermarsi e prendere fiato, rallentare, riflettere.
Capire che sì, la vita non è rose e fiori (per chi lo è?) ma a volte è il nostro atteggiamento mentale ad appesantire le situazioni, fino a renderle quasi disperate.
Lasciare il lavoro precedente è stata una mia scelta: mi trovavo bene, ora non più. Mia la scelta, mia la responsabilità. Amen e tiriamo avanti.
Ora rieccomi con il mio antico nemico: il terrore del giudizio altrui in materia di incompetenza. Dopo giorni di mal di pancia, la luce: non - mi - importa!
(e ci voleva tanto?)
Conoscendomi sì, ce ne vuole eccome per arrivare a questo punto: ma non metto in gioco il mio rapporto con micio, e la mia salute, per un semplice lavoro (nemmeno quello che avevo sognato, per giunta!). Quindi Bafangù!
In più, avete mai provato a lavorare con una persona iperansiosa, così gelosa del proprio lavoro (che dovreste teoricamente "sUpportare" e non "sOpportare") da non insegnarvi nulla, da dirvi "fai questo" e dopo mezzo secondo aggiungere "nonoperdopiùtempoaspiegartelocheafarloio!".
I primi tempi mi sentivo umiliata e pensavo che la colpa fosse mia, a causa della mia tardaggine.
Poi ho focalizzato: vuoi fare tu le cose? Peggio per te, esaurisciti tu.
Pretendi che io sappia fare le cose senza che me le spieghi? Scordatelo.
E poi non credevo che l'avrei mai detto: mi manca il mio primo amore.
Mi manca la scuola, la mia identità di insegnante.
Forse aveva ragione "Le regole della casa del sidro": hai bisogno di allontanarti dalla tua vita per un pò, per capire che era quella che volevi davvero. Forse.